Se non lo conosceste già, leggetelo, ne vale la pena.

Scusi, un ricordo del terremoto dell’ottanta?
di
Maurizio de Giovanni

Dotto’, io all’epoca tenevo ventidue anni e stavo a via Stadera. Tenevamo qualcosa di soldi, e io sono figlio unico; stavamo di casa là, perché i miei erano cresciuti nel quartiere e non ci si vedevano proprio a via Petrarca in mezzo a tutti gli scì scì che abitavano a Posillipo, pure se ce lo saremmo potuto permettere. Vi dico la verità, fino a diciannove anni non tenevo voglia di fare niente. Mio padre mi martellava in continuazione: non puoi stare senza fare niente, non ti posso vedere dormire per tutto il giorno e poi uscire di notte come una zanzara, la vuoi finire di mangiare a sbafo, eccetera.
E mi diceva pure di andare qualche volta al negozio, almeno a vedere come funzionava la vendita delle scarpe a via Chiaia. Mi diceva: ma insomma, io devo pagare un direttore delle vendite quando tengo a mio figlio che è ragioniere, e si è pure iscritto a economia e commercio: ma non è meglio che te li guadagni tu, questi soldi?
Io però, dotto’, una passione la tenevo. Mi piaceva disegnare. Lo so adesso e lo sapevo pure all’epoca che non si può campare con una cosa così. Ma lo sfizio, la serenità che mi dava mettermi seduto a guardare il mare, il sole e le vele lontane verso Capri e metterli su un foglio di carta tali e quali a come li vedevo non me li dava nient’altro. E poi naturalmente c’erano gli amici del quartiere, quelli di una vita che ti venivano a chiamare e dicevano: Gigi’, scendi, andiamo un poco a pariare per via Caracciolo, a sfottere qualche bella guagliona. Ci mettevamo nella macchina decappottabile mia, un’Alfa Romeo rossa che era le sette bellezze, e andavamo piano piano finché non vedevamo un paio di loro che camminavano sul marciapiedi, ci affiancavamo e dicevamo: senti, bella, senti, ma lo vuoi un gelato? No? E allora vuoi una pizza? No? E allora vuoi un’impepata di cozze? No? E allora… e allora continuavamo con il menù, fino a quando quelle schiattavano a ridere e venivano con noi a ballare.
Insomma, dotto’, passavano le serate e pure le nottate, e l’adolescenza e la gioventù.
Me lo sono sempre chiesto: quando si finisce di essere ragazzi? C’è una data precisa? La laurea, il diploma, il primo giorno di lavoro? Il matrimonio, il primo figlio? Forse la risposta non c’è. O forse ognuno tiene la risposta sua.
Nel caso mio, dotto’, questo giorno tardava ad arrivare. E perché avrebbe dovuto, se io stavo così in grazia di Dio?
Però un giorno, alla fine degli anni settanta, una cosa mi successe: mi accorsi di una ragazza. Dico “mi accorsi” perché la conoscevo già, e i miei conoscevano i suoi, e forse pure i miei nonni conoscevano i suoi nonni. Era più piccola di me, di un tre o quattro anni; una di quelle differenze di età che ti separano per tutta la vita, io stavo alle medie e lei alle elementari, io alle superiori e lei alle medie, le amicizie diverse, eccetera. Ma poi la vedi all’improvviso e rimani a bocca aperta, e ti chiedi: ne’, ma questa dov’è stata fino a mo’?
Venne lei da me, un giorno che mi pigliavo un cappuccino al bar in fondo alla strada alle tre. Si avvicina e mi fa: ma come, ti pigli un cappuccino alle tre? Io mi abbasso i ray ban e le rispondo: ne’, guagliunce’, ma fossero fatti tuoi? E poi io stanotte sono andato a letto alle quattro, e per me è ora di colazione. Quindi, mi bevo il cappuccino.
Però era bella, bella assai. Di una bellezza diversa, dolce, gentile. Fece gli occhi pieni di lacrime e si girò per andarsene, mi fece una cosa nello stomaco e la richiamai: vieni qua, scusami, è che tengo mal di testa. Chi sei?
Me lo disse, e io capii chi era e a chi apparteneva. Non mi facevo capace, me la ricordavo creaturella, con i brufoli e l’apparecchio ai denti, ed era diventata una bellissima ragazza, coi capelli lunghi e gli occhi neri che parevano un abisso, che ci si poteva cadere dentro.
Mi fa: che peccato. Come, che peccato?, le rispondo. Che peccato che uno come te, con un talento così meraviglioso, si butta dietro a quei quattro deficienti degli amici tuoi, che ti sfruttano per la macchina e i soldi.
Rimasi sconvolto: e che ne sai, tu, di me? Venne fuori, ma dopo diversi giorni che la cominciai a frequentare, che era innamorata di me da sempre, che sapeva tutto della mia vita perché la mamma parlava con la mia, e che quella pettegola di mia madre aveva fatto vedere i disegni miei e lei se ne era fatta dare un paio che teneva attaccati in camera sua.
Da quell’estate io e Lucia, quello era il nome della ragazza, ci cominciammo a vedere sempre di più. A me piano piano non m’interessarono più gli amici, le discoteche e le guaglione a via Caracciolo. Mi piaceva stare con lei.
Parlavamo solo, eh, dotto’. Io certe volte disegnavo la faccia sua, e lei si metteva a ridere, e ci baciavamo, ma niente di più. Mi diceva che voleva aspettare, che mi aspettava da tutta la vita e un altro po’ non faceva niente.
E allora io mi misi a fare qualche esame, prima a tempo perso, poi visto che erano tutti contenti, lei e i miei, ci presi gusto. Mi laureai, anche bene: e mi offrirono di andare per qualche giorno a Milano, per un corso di specializzazione. Io per la verità non ci volevo nemmeno andare, ma lei insistette tanto, e dai, Gigi’, vacci, è una cosa bella ed è sempre un titolo per il futuro. Quando diceva “futuro” mi si scioglieva una cosa in petto.
E ci andai.
Il corso cominciava, non me lo scordo più, il diciassette di novembre, e finiva il trenta. In mezzo ci stava il ventitré novembre. Dell’ottanta.
Avevamo parlato al telefono un paio d’ore prima, era domenica: io stavo nel residence, lei al solito a casa, quando non c’ero io non usciva mai, mannaggia a lei. Rideva. Mi diceva: disegna la faccia mia, così vedo se te la ricordi. E io: ma perché mi hai voluto far venire fino a qua, che fa freddo e piove?
Appena lo sentii alla radio mi misi in macchina e partii, lasciando tutta la roba là. Ci misi meno di sei ore, non so come ho fatto, forse ho volato. Piangevo e guidavo, e mi fermavo ogni tanto per provare a telefonare, ma nessuno mi rispondeva.
Il palazzo era caduto, dotto’. Tutto il palazzo, come un castello di carte. Come tutti i sogni che tenevamo.
La vita è andata avanti. Quando mio padre è andato in pensione ho preso io la gestione del negozio; ne ho aperto un altro, e un altro ancora. Poi uno a Milano e uno a Venezia. Forse quest’anno apriamo a New York. Mi sono sposato e ho tre figli; la più piccola disegna, sapete, dotto’? Ed è pure brava. Si chiama Lucia.
Io no, non disegno più: tengo troppo da fare. Disegno una sola cosa all’anno. Un ritratto. E lo vado a mettere alle sette e dieci del ventitré novembre vicino a un certo posto, e il vento se lo porta quasi subito. Ci metto un disegno e un sorriso, perché lei me lo aveva chiesto, di disegnare la faccia sua per come la vedevo nei miei pensieri. E per vedere se me la ricordavo.
Questa è una città di gente che sa ricordare.

__Maurizio De Giovanni

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Questo video è sempre stato un po’ il mio sogno. 13 ragazze unite per far capire che la distanza può essere superata. Ringrazio davvero tutte.

Nel video: celacaveremo, 340kmawayfromyou, altamareadeglisguardi, vivoconiltuoamore, la 23esima, ilostmysweetsoul, inkchiara, lamorecomporta, 528kmdaltuosorriso, 540km-lontana-da-te, vorreifuggiredaqui, sesoloavessiunsaiodiali

I commenti mi fanno venire da piangere.